giovedì 8 aprile 2004

Riflessione sulla Pasqua.

Tra le varie ricorrenze, la cui tradizione si perde nei secoli, quella della Pasqua assume valenza particolare nella Storia dell'uomo perché proietta le sue radici in diversi campi della conoscenza quali la Teologia, l'Astronomia, la Filosofia, l'Antropologia, la Semiotica, la Metafisica e l'Ermeneutica.
Considerata la vastità dei campi della conoscenza su cui bisognerebbe "scavare"
è facile intuire che la presente dissertazione vuole essere soltanto una semplice guida, tra l'altro parziale, che rimanda ad una indagine più approfondita del tema.
Il termine Pasqua (Pesach) sta a indicare un "passaggio" ed implica un cambiamento ideologico o materiale o tutti e due insieme. Il passare oltre per gli antichi ebrei era come abbandonare una sponda di un fiume per conquistarne un'altra. In particolare la Pasqua è un evento che commemora, per gli ebrei, il "passaggio" dalla schiavitù d'Egitto alla libertà, in visione della terra promessa. Il significato più intimo della festa, il senso spirituale assunto nella coscienza popolare, si dovrebbe ricercare, comunque, nel periodo nomade degli ebrei che, in seguito alla conquista della libertà, "oltre-passando" il Mar Rosso (evento che prelude il futuro battesimo cristiano), vagò per quarant'anni nel deserto prima di insediarsi nella terra di Canaan. Anche il periodo di quarant'anni ha in questo caso un significato mistico che fa parte di quel sostrato tradizionale religioso popolare teso ad enfatizzare la propria Storia, e gli eventi della Natura, attraverso un simbolismo numerico. Possiamo soltanto dire, secondo la nostra logica, ciò che poteva rappresentare per quel popolo, senza peraltro affermare il significato reale che essa doveva assumere nella loro vita pastorale. I ritmi della vita erano, per necessità, scanditi secondo il ciclo delle fasi lunari e del continuo alternarsi del giorno e della notte. Essi si svolgevano secondo un ordine alternativo di 29 e 30 giorni solari. Ogni 18,6 anni le fasi della Luna si ripetevano e in antichità si pervenne ad un calendario ciclico lunisolare di 19 anni di cui 12 anni erano composti di 12 mesi lunari e 7 di 13 mesi. Le loro ricorrenze festive erano certamente legate ai ritmi delle lunazioni, e quindi a qualcosa di ciclico e spesso corrispondevano, senza identificarsi con esse, alle feste in onore del dio Marduk di Babilonia. Purtroppo, le riforme deuteronomiche e sacerdotali successive all'insediamento nel territorio di Canaan, ne hanno fatto perdere il loro significato arcaico. Se accettiamo, comunque, il concetto di "passaggio"
allora possiamo intenderlo nella sua accezione più estesa e riconoscere come prima Pasqua in assoluto, quella relativa al passaggio dalle tenebre alla luce, nel primo giorno della creazione. I cristiani anziché ricorrere a formule cicliche legate ad eventi naturali, con la celebrazione della Pasqua, fanno memoria del sacrificio gratuito compiuto dal figlio di Dio, che in tre giorni passò dalle tenebre alla luce, per la salvezza di tutti gli uomini (il numero tre vuole essere un richiamo alla economia salvifica trinitaria). In funzione di questa ricorrenza, nella liturgia cattolica, vengono indicate diverse forme di feste pasquali come la Pasqua di Resurrezione, la Pasqua epifania, la Pasqua fiorita, la Pasqua delle rose, ma bisogna anche dire che per i cristiani ogni Domenica è Pasqua di Resurrezione. Il simbolo Pasquale, a questo punto, sembra avere perso quella tipica aria campagnola che aveva in origine per elevarsi a simbolo di mistero cristiano, e non come qualcosa di segreto, incomprensibile e inaccessibile, ma come piano di salvezza, dalla schiavitù delle miserie umane.
Le prime comunità cristiane celebravano la resurrezione di Cristo nello stesso giorno della Pasqua ebraica, poi su ispirazione del testo evangelico e della festa pagana che cadeva nel Dies Solis fu deciso che doveva essere celebrata la domenica successiva nel Dies Dominica. Questa festività essendo legata ad un calendario lunisolare presentava alcune difficoltà non indifferenti per stabilire in anticipo il giorno della sua ricorrenza. Con il concilio di Nicea nel 325 d.C., alla presenza di 320 tra Vescovi e Monaci, furono fissati i criteri per stabilire in maniera continua la data della Pasqua cristiana. La decisione fu presa, tra l'altro, in un clima di dispute teologiche, cominciate cinque anni prima dal vescovo di Alessandria Atanasio contro l'eresia di Ario, alla presenza dello stesso Costantino che aveva dato al Sacrosantum Concilio un certo sapore politico. Fu stabilito in quella sede che la Pasqua si doveva celebrare ogni anno nella domenica successiva alla prima Luna piena che segue l'equinozio di primavera. La Pasqua cristiana assume importanza fondamentale per la comunità ecclesiale perché fissa anche le altre ricorrenze religiose come:
- La Domenica settuagesima che viene 63 giorni prima;
- Le Ceneri 46 giorni prima
- La prima Domenica di Quaresima 42 giorni prima
- L'Ascensione 39 giorni dopo
- La Pentecoste 49 giorni dopo.
Il criterio adottato non sembrò essere esaustivo; nel 325 quando il Concilio di Nicea fissò al 21 marzo la data dell'equinozio di primavera vi erano già tre giorni di differenza tra il calendario giuliano e i dati astronomici rilevabili anche da una ottima meridiana. Infatti il Sole era già passato dal punto equinoziale gamma, (detto anche Punto Vernale) il 18 marzo, dunque poter determinare la data della Pasqua con precisione e con grande anticipo per poter avvertire in tempo i fedeli e programmare le festività. A proporre una soluzione al problema nel VI sec. fu Dionigi il Piccolo, monaco sciita, che nel tentativo di uniformare il calendario seleucida, ebraico e romano, nel 526 determinò una tavola perpetua, di 19 "numeri d'oro" con le corrispondenti date dei noviluni, ottenuta sfruttando il Ciclo di Metone di 19 anni in base al quale la Luna piena ritorna alle stesse date dell'anno ed il ciclo di 28 anni con il quale ritorna a corrispondere la data dell'anno con il giorno della settimana a cui veniva assegnata una lettera. Quella a cui corrisponde una domenica veniva detta lettera domenicale. Il numero d'oro non è altro che il numero d'ordine nel ciclo di 19 anni e si ottiene dal resto della divisione dell'anno aumentato di uno per il numero 19. Es.: per l'anno 2002 si ha
2002+1=2003; 2003:19 dà come resto 5 che è il numero d'oro cercato.
2002+Questa
tabella abbinata alla lettera domenicale e al conteggio degli anni bisestili permetteva di calcolare la data di Pasqua di qualsiasi anno e sembrò risolvere il problema. Moltiplicando il ciclo di Metone e il ciclo dei 28 anni si ottiene 19x28= 532 anni che rappresenta il periodo con cui la Pasqua torna a ripetersi nella stessa data e nello stesso giorno della settimana del calendario giuliano. Se non ci fossero gli anni bisestili le lettere domenicali dei giorni della settimana si ripeterebbero ogni 7 anni, ma ogni 4 anni vi è un anno bisestile e quindi il ciclo diventa di 28 anni. Il ciclo di Metone essendo lunare presentò un piccolo errore che si accentuò con il passare dei secoli.
Nella seconda metà del XVI Sec. fu necessaria nuova riforma del calendario e Papa Gregorio XIII incaricò il medico e astronomo Luigi Lilio di Ciro, in Calabria, il quale presentò il progetto: Compendium novae rationis restituendi Kalendarium. Dopo la sua morte avvenuta nel 1577, l'esecuzione del progetto fu affidata al cosmografo italiano Egnazio Danti, all'astronomo tedesco Christopher Clavius della compagnia di Gesù ed altri studiosi. Il 24 febbraio
1582 fu decretata la riforma "inter gravissimas" e si cambiò da calendario giuliano a quello gregoriano. Per poter pareggiare i conti si passò di colpo dal giovedì 4 ottobre 1582 al venerdì 15 ottobre, annullando lo sfasamento di 10 giorni di anticipo con cui si presentava l'equinozio di primavera in quell'anno e fu individuato un criterio più preciso per la determinazione degli anni bisestili, basato su quanto segue: Il calendario gregoriano si basa sull'anno tropico, cioè sui ritorni successivi dell'equinozio di primavera, anziché sull'anno siderale che corrisponde ad una rivoluzione completa della Terra intorno al Sole. La durata di un anno tropico espressa in giorni solari medi è uguale a 365,24219 equivalenti a 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45,2 secondi che sono stati espressi, per necessità, nella seguente forma
frazionaria: (365 + 1/4 - 1/100 + 1/400 - 0,0003) giorni solari medi. Tutto ciò tradotto significa che bisogna aggiungere un giorno ogni 4 anni, non considerare bisestili gli anni secolari anche se divisibili per 4 (1700, 1800), aggiungere un giorno negli anni divisibili per 400 (o le cui prime due cifre sono divisibili per 4; Es. il 1900 è stato un anno comune mentre il 2000 è stato bisestile), infine per correggere l'ultima esigua differenza, nel futuro, non saranno bisestili gli anni 4000, 8000, 12000 ecc.. La vicenda non passò inosservata e ci furono contadini che vollero essere pagati anche per quei 10 giorni mancanti e ci fu anche chi si sentì disobbligato a pagare il suo debito che scadeva in uno di quei giorni soppressi. Luigi Lilio nel suo compendium aveva proposto anche un ingegnoso sistema detto delle epatte per determinare con largo anticipo la data della Pasqua. L'epatta è l'età della Luna al 1° gennaio ed espressa in giorni interi (Il termine deriva dal greco epaktós che significa importato e indica il numero dei giorni di lunazione importati dall'anno precedente, cioè se l'ultimo novilunio si è verificato il 27 di dicembre, a fine anno l'epatta è 4) che abbinata alla lettera domenicale è stato possibile comporre una Tabula Paschalis formata da 7 colonne corrispondenti alle 7 lettere domenicali e con 30 righe riferite alle 30 possibili epatte in modo che, una volta fissato l'anno, fornisce immediatamente la data della Pasqua. Mentre il mondo cattolico accettò subito il cambiamento, alcuni paesi furono restii e si adeguarono soltanto nel XX secolo, altri ancora mantennero il loro vecchio calendario. Per le festività religiose la Chiesa mantiene lo stesso riferimento lunare adottato in seno al Concilio di Nicea e pertanto in base a quella decisione, alla flessibilità del ciclo lunare e al rispetto della domenica, nel nuovo calendario gregoriano, si può avere la Pasqua più anticipata possibile ed è quella che cade la domenica 22 marzo quando il plenilunio si verifica il sabato del 21 marzo; si è avuta nel 1818 e si riavrà nel 2285 e sono dette bassissime, mentre la Pasqua più posticipata possibile si ha quando il plenilunio cade il 20 marzo. Infatti il plenilunio successivo si verificherà il 18 aprile e se questo giorno è domenica la Pasqua cadrà la successiva domenica 25 aprile; si è verificata nel 1943 e si ripeterà nel 2038 e vengono dette bassissime. Si dicono basse le altre che cadono in marzo e alte quelle che cadono in aprile.
Saro Falsaperla

martedì 28 ottobre 2003

La questione moraleEnrico Berlinguer - Repubblica, 1981 di Eugenio Scalfari «I partiti sono diventati macchine di potere»

«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.

«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
Eugenio Scalfari
* * *

La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora...


Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all'altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.
Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.
È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio...

...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito...

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.

Chi sono

Qualcuno, di cui non ho molta stima, mi chiama "Architetto di Dio". La cosa, però, mi piace. Dicono che sono un architetto eclettico ed un pò anomalo. Il mio lavoro è a metà tra i restauri ed il turismo. Sono cooperatore salesiano e amo Don Bosco. Sono sposato con Cinzia che amo. Abbiamo tre figli, Gabriele Samuele e Gaia. Se vuoi scrivermi ecco la mail architettodidio@gmail.com


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"Il senso di inquietudine mi insegue sempre e quando mi pare di aver colto una certezza ricado nell'assoluto smarrimento. Mi chiedo: sono al posto giusto, al momento giusto? Boh! che casino è la VITA e quanto doloroso è questo cammino di scoperta dell'Assoluto che c'è in noi!"

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