martedì 5 ottobre 2004

Il vescovo Pennisi. Intervista integrale. Oggi su La Sicilia un estratto.

La tragedia di Messina dimostra il mancato rispetto della natura provoca disastri. La Sicilia è ancora un territorio dove si costruiscono “cattedrali nel deserto”.
Se si fosse evitato il dissennato abusivismo edilizio e si fosse tenuto conto di quello che don Luigi Sturzo aveva detto sulla tutela dell'ambiente la tragedia del messinese si poteva evitare.
Luigi Sturzo si può considerare un precursore della cultura ambientalista. Fra i tanti interventi politici di Sturzo, va citata la sua difesa delle foreste, che era dettata dalla convinzione che esiste un rapporto stretto fra rispetto, tutela, promozione ambientale e vita dell'uomo.
Per Sturzo la questione meridionale come questione nazionale implica una attenzione particolare alla tutela dell'ambiente attraverso una politica economica che favorisca tutta una serie di interventi attivi dell'uomo: «II più grave problema da affrontare, e non solamente problema meridionale, ma di speciale urgenza per le regioni del sud, isole comprese, è quello della sistemazione montana, rinsaldamento del suolo, imbrigliamento, rimboschimento, regolarizzazione delle acque, in una parola ricordarsi che l'agricoltura comincia dalla montagna per arrivare alla pianura e viceversa». Sturzo ritiene che bisognava rovesciare il modello basalo sulle bonifiche e sulle eliminazione delle aree paludose in pianura e puntare sulla bonifica montana. Dimenticando la montagna «bastava un alluvione a far perdere gran parte dei lavori fatti e delle piantagioni iniziate. È un lavoro di Sisifo, nel quale si perde fatica e denaro»
Il capo dello stato ha detto ieri che il problema del mezzogiorno è un problema nazionale. Sturzo lo diceva già nel 1903.
Don Luigi Sturzo è stato un meridionalista militante che non solo ha analizzato dal punto di vista teorico la questione meridionale , ma si è impegnato a risolverla puntando sulla formazione culturale del clero, sulla organizzazione di cooperative. Il suo progetto per lo sviluppo del Mezzogiorno era fondato non su un meridionalismo piagnone, ma sul protagonismo delle popolazioni meridionali disposte a rischiare e non a pietire contributi di natura assistenzailistica da parte dello Stato.
Riconoscere la validità e l'attualità del contributo di don Luigi Sturzo alla soluzione della questione meridionale (anzi delle questioni meridionali), non significa riproporre meccanicamente le sue soluzioni, ma ispirarsi al suo insegnamento per trovare noi le soluzioni nel nostro tempo.
Uno degli insegnamenti di Sturzo, valido ed attuale oggi in un momento di caduta di valori etici comunemente condivisi, è che la soluzione della questione meridionale, come questione nazionale, è innanzitutto una soluzione etica, che si serve dell'economia e della politica come importanti e necessari strumenti, ma che trova il suo fulcro in una collaborazione tra Stato ed energie umane, economiche e sociali dei meridionali, cementate da una comune tensione morale e religiosa.
Oggi il “meridionale” ha le stesse caratteristiche di quello di un secolo fa? Che cosa è cambiato ?
Oggi in un mondo globalizzato e in un contesto storico-culturale in cui ha dominato una politica assistenzialistica e clientelare e lo scetticismo sulle possibilità di una ripresa autopropulsiva del Mezzogiorno, il progetto sturziano di un risorgimento sociale ed economico sembra difficile. Ma la centralità che sta riprendendo l'area mediterranea nell’economia mondiale con lo spostamento del baricentro dagli USA a paesi come l’India e la Cina e con il ruolo che nel terzo millennio giocherà l’Africa, la necessità di nuove regole di natura morale nell’economia dopo la crisi finanziaria dei nostri giorni e la ripresa in Italia del dibattito sul federalismo fiscale nell’ambito di una solidarietà nazionale, ci dicono che alcune intuizioni di Sturzo rimangono ancora valide.
L’autonomia di cui si parla oggi in Sicilia ha le stesse caratteristiche di quella di cui parlava Sturzo?
Il meridionalismo di don Luigi Sturzo attento al territorio si inserisce nella sua concezione autonomistica concepita non solo in chiave economico-politica in funzione di motivazioni contingenti, ma scaturisce da una profonda esigenza etico-religiosa basata su un’antropologia sociale ispirata ai valori cristiani e ai principi della sussidiarietà, della solidarietà e del bene comune propugnati dalla dottrina sociale della Chiesa.Che rapporto ci sia tra il federalismo solidale di Sturzo e quello di oggi e come poi sia stata usata per esempio in Sicilia l’autonomia regionale dopo la morte di Sturzo è un altro discorso.
L’ autonomia regionale si realizza per Sturzo in uno Stato delle autonomie, cioè che non solo le consente, ma si realizza in esse.
Le autonomia locali per Sturzo non sono i cavalli di Troia da introdurre nella cittadella dello Stato moderno per scardinarlo dall'interno, ma il luogo della partecipazione responsabile delle persone alla vita sociale.Sturzo condanna non solo lo statalismo dello Stato ma anche la mentalità statalista presente nella gestione degli enti locali, regionali, provinciali e comunali. Le condizioni di tale autonomia - quali sono desumibili dall'opera di Sturzo - siano essenzialmente tre: - la modificazione della struttura dello Stato,- la consapevole partecipazione dei cittadini,- la moralizzazione della vita pubblica (e privata).
A 90 anni dall’appello “ai liberi e forti” (18/01/ 1919) e a 50 anni dalla morte, quale attualità/eredità ideale hanno oggi, di fronte alla crisi morale della politica, il pensiero e l’opera di don Sturzo?
A distanza di cinquant'anni dalla morte di don Luigi Sturzo il suo tentativo di realizzare un impegno sociale e politico , rispettoso sia di una ben intesa integralità del cristianesimo che di una sana laicità della politica, riveste ancora una sua attualità, che rimanda però ad un impegno creativo e responsabile dei cristiani presenti nei vari schieramenti per realizzare una prassi politica vissuta come atto di amore a servizio del bene comune.
Un elemento della eredità spirituale e morale di don Luigi Sturzo è il concepire l'impegno politico dei cristiani come apostolato sociale nutrito da una profonda riflessione culturale.
In rapporto all'impegno socio - politico egli mostra una concezione profondamente morale della vita politica e sociale ispirata ai valori cristiani . La moralizzazione della vita pubblica è legata per Sturzo soprattutto ad una concezione religiosa della vita da cui deriva il senso della responsabilità morale e della solidarietà sociale.
Per don Sturzo il perseguimento del bene pubblico non può essere separato dalle virtù individuali. Tra le virtù dei politici egli cita la franchezza, la sincerità, la fermezza nel sapere dire anche i no, l'umiltà da cui scaturisce il senso del limite, il non attaccamento al denaro e alla fama, la competenza, la progettualità politica , la capacità di programmazione nel discernere i tempi politici, quelli parlamentari, quelli burocratici e quelli tecnici.
Oggi un tema caldo è quello del bene comune: come declinarlo?
Sturzo sostiene che il bene comune, del quale sono elementi integranti la cultura, la moralità e la religiosità oltre che l'economia, è un bene che deve puntare ad uno sviluppo integrale delle persone. Oggi per la realtà italiana è importante fare tesoro delle conclusioni della Settimana sociale dei cattolici Italiani del 2007 riprendendo la nozione di bene comune secondo la declinazione che ne offre la dottrina sociale della Chiesa tenendo conto delle nuove emergenze della nostra società. Una priorità mi sembra la riscoperta della vocazione educativa delle comunità cristiane attivando una larga alleanza educativa con le famiglie, la scuola e tutta la società civile nelle sue diverse componenti. Un'altra priorità è l'educazione ad una cultura del lavoro e non dell'impiego con un posto fisso per uno sviluppo locale che superi il divario fra Nord e Sud e tra centro e periferie nella grandi città anche del Nord.
“Passione per la libertà e per il Vangelo” è stato detto di lui : quella libertà che in ambito pubblico conduce ad apprezzare il valore della presenza della Chiesa nella sfera pubblica, una presenza importante – a volte anche di supplenza – pur se c’è chi la vorrebbe imbavagliare…
Sturzo ha sempre sostenuto strenuamente la libertà in tutti gli ambiti a quello economico a quello scolastico ed in modo particolare la libertà della Chiesa la quale riveste un ruolo pubblico e civile importante nel rispetto della legittima autonomia dello Stato. Sturzo, in considerazione dell’universale validità del Cristianesimo, rivendica alla chiesa, quale depositaria dei principi evangelici, il diritto-dovere di intervento per esprimere la propria opinione su questioni relative alla cultura e all’educazione e ad altri settori, a cui, in ogni modo, va riconosciuta una loro autonomia.
Cercare di imbavagliare la voce della Chiesa significa aprire la porta al totalitarismo culturale e politico. Questo rischio è sempre in agguato.
Che cosa, dell’attualità del pensiero di don Sturzo è secondo Lei realmente/concretamente attuabile oggi?
Alcuni elementi dell'attualità del pensiero e dell'azione di don Luigi Sturzo sono senso del diritto-dovere della partecipazione alla cosa pubblica al servizio della verità e dei più deboli, la difesa delle libertà civile a partire da quella per una scuola libera delle libertà civili” Don Sturzo, non ostante il carattere anticipatore di alcune sue intuizioni piuttosto che fornire delle ricette pronte all'uso rimanda ad un impegno dei cristiani di interpretare i “segni dei tempi” alla luce del vangelo, per un impegno sociale e politico vissuto come atto di amore verso il prossimo in dialogo con gli uomini del nostro tempo.

domenica 19 settembre 2004

Introduzione all'Assemblea diocesana su “ Chiesa comunione di persone .Da ‘collaboratori’ a ‘corresponsabili’: il dono della relazione filiale e frat

Piazza Armerina 18 settembre 2009
Mons. Michele Pennisi
0. Introduzione
Carissimi confratelli, fratelli e sorelle,
siamo oggi convocati in questa assemblea diocesana all'inizio del nuovo anno pastorale per una rinnovata esperienza e presa di coscienza del nostro essere Chiesa.
0.1 Vogliamo proseguire nella recezione degli insegnamenti del Concilio Vaticano II a cui siamo richiamati dal Magistero pontificio e dagli orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale Italiana in continuità con il cammino intrapreso dalla nostra Chiesa diocesana.
0.2.1 Tra i tanti eventi e documenti elaborati vorrei ricordare durante l'episcopato di Mons. Vincenzo Cirrincione il Piano Pastorale 1987-1990, il Convegno Ecclesiale diocesano del maggio del 1993 e la settimana pastorale del settembre dello stesso anno da cui ha preso origine il volume “Diversità di ministeri unità di missione” , la Missione popolare diocesana, le celebrazioni per il grande giubileo del Duemila .
0.2.2 Durante il mio episcopato vorrei segnalare il Seminario di studio su “La parrocchia di fronte alle sfide del Terzo Millennio” nel novembre del 2003, la preparazione e la celebrazione del Convegno ecclesiale di Verona, il Convegno diocesano su “La questione antropologica e la sfida educativa” del settembre del 2007 e quello dello scorso anno su “La Parola di Dio parola per l’uomo”.
0.2.3. Durante la Visita pastorale nei vari comuni ho apprezzato il fervore e l'impegno delle varie comunità ecclesiali nella recezione degli insegnamenti conciliari nella prassi pastorali , ma ho notato anche le difficoltà ad una assimilazione convinta di tali insegnamenti nella coscienza ecclesiale , situazioni di stanchezza e di scoraggiamento e difficoltà ad intessere relazioni positive fra gli stessi presbiteri, fra clero e laici, fra parrocchie e aggregazioni ecclesiali, fra praticanti e cristiani della soglia o persone lontane dalla pratica religiosa, fra comunità parrocchiale e abitanti del territorio.
0.3. Dopo essermi incontrato lo scorso anno con i presbiteri nei vari comuni ho pensato di incontrare quest'anno nei vari comuni i Consigli di Coordinamento cittadini, già auspicati nel Piano Pastorale del 1987 e la cui costituzione era fra le indicazioni operative date nel 1993 da Mons. Cirincione, ma che ancora non ho trovato operativi in tutti i comuni.
0.4 Dopo aver consultato gli organismi diocesani di partecipazione ecclesiale ed aver nominato una speciale Commissione che mi aiutasse nel discernimento comunitario della situazione della nostra Chiesa, sono arrivato alla conclusione che non basta celebrare all'inizio dell'anno pastorale un convegno con delle brillanti relazioni, ma bisogna delineare un progetto di chiesa su cui impegnarci per diversi anni attraverso un'azione di coscientizzazione capillare della base ecclesiale su alcuni valori fondamentali , un maggior coinvolgimento e una partecipazione da parte di tutti i membri del popolo di Dio e poi una verifica dei frutti che lo Spirito suscita.
0.5 Il tema che mi è stato suggerito e che ho fatto subito mio è “ Chiesa comunione di persone. Da ‘collaboratori’ a ‘corresponsabili’: il dono della relazione filiale e fraterna”.
Si tratta di approfondire l’identità di ogni cristiano come figlio di Dio e membro della Chiesa come “comunione di persone” per una rinnovata consapevolezza dell’appartenenza ecclesiale e una maggiore corresponsabilità, soprattutto dei fedeli laici, nella vita e nella missione della Chiesa.
La comunione ecclesiale è comunione singolare, tra uomini e donne, giovani e adulti, ricchi e poveri, studenti e maestri, sani e malati, potenti e deboli, vicini e lontani, clero e laici, perchè è una comunione segnata insieme dalla varietà e dall’unità all'interno della Chiesa una ,santa, cattolica ed apostolica, che ha in Gesù Cristo la pietra angolare e nei fedeli “le pietre vive” di questo edificio spirituale(I Pt.2,5).
Da questo deriva una programmazione della la vita pastorale diocesana basata sulla categoria della “relazione” (intesa come il nuovo e definitivo stato in cui il battesimo ci pone in relazione filiale con il Dio vivente nella comunione trinitaria e fraterna con tutti i membri del popolo di Dio.
0.6 Questo cammino comune che potremmo chiamare “sinodale” in senso letterale inizia oggi con questa Assemblea diocesana, continua con una riflessione comune fatta a livello parrocchiale e cittadino con l'aiuto di uno “strumento di lavoro” e un’indagine conoscitiva predisposta dai membri della Commissione, in preparazione del Convegno ecclesiale che si terrà a Novembre . Il cammino successivo con l'aiuto dei membri della Commissione servirà per approfondire e determinare praticamente le prospettive e le scelte pastorali adottate e curarne l’attuazione. Seguirà poi una verifica che con la collaborazione dei Vicari Foranei farò nei singoli comuni con i Consigli di Coordinamento cittadini.
0.7. Sento il dovere di ringraziare tutti i membri della Commissione ed in particolare don Rino La Delfa, nuovo preside della Facoltà Teologica di Sicilia a cui vanno i nostri più fervidi e cordiali auguri, che ha preparato lo “strumento di lavoro”, don Giuseppe Rabita che coordina dal punto di vista operativo l'attuazione del progetto, don Pino Daleo collaborato dalla dott.ssa Nuccia Morselli che hanno preparato i questionari per l'indagine e ne elaboreranno, il parrocodon Salvatore Zagarella che ci accoglie con squisita cortesia in questa chiesa, i presbiteri e i laici che modereranno e animeranno le assemblee zonali e coloro che animano dal punto di vista liturgico e organizzativo le varie fasi di questo cammino comune.
0.8 Dopo aver scelto il tema ci siamo accorti che la categoria della ‘relazione, che ha il fondamento nella vita della SS. Trinità, come fattore distintivo della persona e come elemento fondamentale nell’esperienza della comunione, che era stato già affrontato da mons. Mario Sturzo, oltre che essere stato rilanciato nel Convegno ecclesiale di Verona , è stato ripreso dal recente magistero di Benedetto XVI° sia nel discorso tenuto quest'anno per il Convegno ecclesiale della diocesi di Roma sia nell'ultima enciclica “Caritas in veritate” e costituisce anche il presupposto della scelta educativa che guiderà gli orientamenti per il prossimo decennio delle Chiese in Italia.
Lasciando a don Rino La Delfa la presentazione dello “strumento di lavoro” che poi sarà oggetto di discernimento comunitario, mi soffermerò su alcuni punti che offro alla vostra riflessione.
1. Il modello trinitario
La relazione ha il suo modello nella vita trinitaria nella quale la distinzione reale delle Persone divine risiede esclusivamente nelle relazioni che le mettono in riferimento le une alle altre nella comunione perfetta. dell'unico amore.
Il Padre con il Figlio e lo Spirito Santo conducono una vita comunionale profondissima: ogni persona divina non è chiusa in se stessa in uno splendido isolamento ma è in relazione con l'altra in un circuito eterno di conoscenza , di amore , di dialogo, di inabitazione e di gloria reciproca .
La fede cristiana nella Trinità ci rivela un Dio che in quanto amore infinito è comunione di tre persone uguali e distinte: il Padre che ama, il Figlio che è l'amato, lo Spirito Santo che è amore del Padre e del Figlio.
Con Gesù Cristo il principio della differenza nell’unità che vive nel mistero della Trinità trapassa, in forza dell’Incarnazione, nella storia e diventa, secondo la legge dell’analogia, principio di comprensione e di valorizzazione di ogni differenza che non viene solo tollerata, ma esaltata e valorizzata.
In particolare, è lo Spirito santo – come vincolo di amore tra il Padre e il Figlio, tra il Signore Gesù crocifisso e risorto e la sua Chiesa – il principio sorgivo della comunione ecclesiale e insieme la legge nuova e la risorsa permanente per la sua quotidiana realizzazione storica. Emergono così la gratuità e la serietà della comunione ecclesiale: proprio perché segnata dalla speranza che viene dallo Spirito, essa è un dono e un compito. È allora la forza dello Spirito che sostiene – al di là di ritardi, lentezze, errori, mancanze, ecc. – il cammino della comunità cristiana verso una comunione autentica e costantemente tesa alla sua perfezione.
2. In continuità con il Convegno ecclesiale di Verona
Nel Documento finale dopo il Convegno di Verona si riassume la problematica che sarà affrontata nel quarto capitolo puntando su “una pastorale che converge sull’unità della persona ed è capace di rinnovarsi nel segno dell’attenzione alle persone dell’unità tra le diverse vocazioni, le molteplici soggettività ecclesiali, le dimensioni fondamentali dell’esperienza cristiana. ” “Al centro di tale rinnovamento- si aggiunge- sta l’approfondimento della comunione e del senso di appartenenza ecclesiale, con gli spazi di corresponsabilità che ne derivano e che riguardano a pieno titolo anche i laici, con l’urgenza di una nuova stagione formativa .
Al n. 20 si afferma che “ è fondamentale curare la qualità dell’esperienza ecclesiale delle nostre comunità, affinché esse sappiano mostrare un volto fraterno, aperto e accogliente, espressione di un’umanità intensa e cordiale.” Questa esperienza positiva deve mostrarsi:” nella comunità diocesana raccolta intorno al vescovo e innestata in una tradizione viva, che accompagna lo svolgersi dell’esistenza e rappresenta la possibilità per tutti di una fraternità concreta, di un rapporto intimo e condiviso con la Parola di Dio e il Pane della vita; nella parrocchia, Chiesa che vive tra le case, vicina alla gente; nella preghiera e nella liturgia, che ci rende partecipi della bellezza che salva”
“Mettere la persona al centro – afferma sempre il documento del dopo Verona- costituisce una chiave preziosa per rinnovare in senso missionario la pastorale e superare il rischio del ripiegamento, che può colpire le nostre comunità.”
Al n. 23. a proposito della “ cura delle relazioni” si dice che “durante il Convegno tre parole sono risuonate come una triade indivisibile: comunione, corresponsabilità, collaborazione. Esse delineano il volto di comunità cristiane che procedono insieme, con uno stile che valorizza ogni risorsa e ogni sensibilità, in un clima di fraternità e di dialogo, di franchezza nello scambio e di mitezza nella ricerca di ciò che corrisponde al bene della comunità intera”.
E importante gareggiare nello stimarsi a vicenda secondo l'esortazione di san Paolo(cfr. Rm.12,10).. Il Card. Tettamanzi nella prolusione al Convegno di Verona aveva fatto una rilettura ecclesiologica del comandamento biblico dell’«ama il prossimo tuo come te stesso», che ha declinato così: «ama la parrocchia altrui come la tua, la diocesi altrui come la tua, la Chiesa di altri Paesi come la tua, l’aggregazione altrui come la tua, ecc.».
Si tratta di realizzare relazioni interpersonali attente a ogni persona capaci di ascolto e di reciprocità. , senza sacrificare la qualità del rapporto personale all’efficienza dei programmi.
I pastori sono invitati ad ascoltare i laici, valorizzandone le competenze e rispettandone le opinioni.
I laici devono accogliere con animo filiale l’insegnamento dei pastori come un segno della sollecitudine con cui la Chiesa si fa vicina e orienta il loro cammino.
Superando contrapposizioni di tipo sociologico è importante in un’ottica autenticamente cristiana prendere coscienza che tra pastori e laici, esiste un legame profondo, per cui è possibile solo crescere o cadere insieme.
La corresponsabilità, è un’esperienza che dà forma concreta alla comunione, attraverso la disponibilità a condividere le scelte che riguardano tutti(cfr. n.24). Essa ha un luogo concreto di esercizio nella partecipazione agli organismi di partecipazione ecclesiale.
La comunione ecclesiale richiede una pastorale d'insieme sempre più “integrata” non come “un’operazione di pura ingegneria ecclesiastica” richiesta dalla esiguità delle forze in campo, ma come espressione della corresponsabilità diffusa che nasce dalla “spiritualità di comunione” e dalla conversione pastorale con stile missionario delle nostre comunità.
Alla base della scelta di quella che oggi viene chiamata “pastorale integrata” vi è la decisione di vivere la spiritualità di comunione, che precede ogni concreta iniziativa e purifica dalle tentazioni di personalismi e protagonismi, che portano a forme non evangeliche di competizioni. La concretizzazione della “pastorale integrata” dovrebbe armonizzare tutte le energie di cui la comunità ecclesiale dispone, facendole confluire, non nei mille rivoli delle diverse attività, ma dentro progetti comuni, pensati e realizzati insieme.
All’interno della nuova prassi della corresponsabilità c'è la valorizzazione delle aggregazioni ecclesiali e delle vocazioni dei fedeli laici che vanno formati ad essere protagonisti di un discernimento attento e coraggioso nella realtà secolare. Si tratta di una un'opportunità da cogliere in positivo per avere tutti (clero e laici) un vantaggio.
È necessario un rinnovato impegno della nostra Chiesa per sviluppare una più ampia e profonda opera formativa dei laici – singoli e aggregati – che assicuri loro quell’animazione spirituale, quella passione pastorale e quello slancio culturale che li rende pronti nella loro tipica testimonianza al servizio del bene comune, specialmente in campo familiare, sociale, economico, culturale, mediatico e politico.
La coscienza comune di tutti i battezzati di essere Chiesa non diminuisce la responsabilità dei presbiteri. Nell'ultimo convegno ecclesiale di Roma Benedetto XVI ha detto:”Tocca proprio a voi, cari parroci, promuovere la crescita spirituale e apostolica di quanti sono già assidui e impegnati nelle parrocchie: essi sono il nucleo della comunità che farà da fermento per gli altri”.
3. Risposta alla sfida educativa
Strettamente legata con la categoria di relazione sta quella di educazione, che nasce e vive di rapporti interpersonali e di relazione con gli altri secondo una gerarchia di prossimità che, iniziando dai genitori, si dilata alla famiglia, ai vicini, alla scuola, al variegato mondo del lavoro, tel tempo libero e delle vari forme di sofferenza e marginalità per estendersi poi al rapporto il creato e con le “circostanze” storiche.
L’educazione è, la capacità di mettere consapevolmente in relazione la persona con la realtà.
Un nodo centrale, è quello relativo alla verità delle relazioni valorizzando la distinzione dei ruoli per la crescita della persona: genitore-figlio, catechista-catechizzando, insegnante-alunno”, prete-laico.
Si tratta di attivare una pedagogia pastorale che educhi alla relazione.
La persona si mette in gioco nel rapporto interpersonale tra educatore ed educando. La relazione educativa è sempre vissuta nelle due direzioni: siamo sempre tutti educatori ed educati. Solo chi sa di essere sempre in cammino nella sua formazione permanente può essere un buon educatore. E viceversa: solo chi si rende responsabile della propria autoeducazione e della attiva stimolazione educativa di tutte le persone che incontra, si pone nella giusta condizione di discepolo.
Ieri su Avvenire il card. Angelo Bagnasco presentando il rapporto-proposta del Comitato per il pro­getto culturale 'La sfida educativa', ha detto che questo strumento ha “il pregio di non limitarsi alla segnalazione della debolezza e­ducativa che caratterizza la società odierna, comprese molte comunità cristiane, ma si spinge ad additarne le cause principali e sug­gerisce gli obiettivi da perseguire per tornare dall’esilio educativo in cui sembra essersi con­finata la civiltà occidentale”.
Per raccogliere la sfida educativa e superare l'emergenza si evidenzia la necessità di ritrovare il 'baricentro' dell’e­sperienza formativa, ossia una vera sapienza antropologica e una visione non riduttiva del fatto educativo.
Una autentica educazione non potrà avvenire senza l’opera paziente e qualificata di educatori credibili e autorevoli, capaci di 'generare' in un conte­sto di fiducia, di libertà e di verità.
Per la Chiesa la dimensione educativa , che interessa le relazioni tra persone e le proietta in un futuro carico di speranza, è fondamentale e strategica nello stesso tempo, perché interessa tutte le persone, abbraccia tutto l'arco della vita e tutti gli ambiti della esistenza umana.
La complessità del processo educativo richiede la scelta di far “rete” attorno ai luoghi di vita, alle istituzioni educative, alle famiglie e alle comunità ecclesiali; ciò comporta il riconoscimento e la fiducia reciproca, la messa in comune delle risorse umane, la comunicazione delle attività , la ricerca comune e la sperimentazione di progetti educativi condivisi.
Siamo troppo spesso “separati in casa”, non sempre dentro una comune progettualità, con uno spreco di energie umane non indifferenti.
Un’eccessiva frammentazione e strutturazione della pastorale, non riesce a farsi carico della vita reale delle persone, né riesce a unificare le diverse esigenze esistenziali, anzi, a volte sembra, che crei disorientamento e soffochi gli slanci e le energie vive.
Per questo il decen­nio pastorale che sta per a­vere inizio ruoterà attorno al te­ma portante dell’e­ducazione come è stato deliberato dall’ultima Assemblea generale della Cei e che noi abbiamo anticipato nel convegno del 2007 su “la questione antropologica e la sfida educativa”.
Questa scelta si pone in continuità con il tema del decennio che vol­ge al termine: «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia» perché individua nella “emergenza educativa” il rischio cioè che si interrom­pa la trasmissione tra le ge­nerazioni dei valori essen­ziali della fede e della convivenza umana.
In conclusione invito ciascuno e tutti a camminare assieme verso la meta ,certo non definitiva ma importante , di una comunione fra le persone fondata sulla stima reciproca che porti ad una maggiore corresponsabilità pastorale, ad una partecipazione attiva a livello parrocchiale e cittadino alle varie tappe di questo cammino comune, per una testimonianza credibile di Gesù cristo speranza del mondo agli uomini e alle donne della nostra società.

Chi sono

Qualcuno, di cui non ho molta stima, mi chiama "Architetto di Dio". La cosa, però, mi piace. Dicono che sono un architetto eclettico ed un pò anomalo. Il mio lavoro è a metà tra i restauri ed il turismo. Sono cooperatore salesiano e amo Don Bosco. Sono sposato con Cinzia che amo. Abbiamo tre figli, Gabriele Samuele e Gaia. Se vuoi scrivermi ecco la mail architettodidio@gmail.com


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"Il senso di inquietudine mi insegue sempre e quando mi pare di aver colto una certezza ricado nell'assoluto smarrimento. Mi chiedo: sono al posto giusto, al momento giusto? Boh! che casino è la VITA e quanto doloroso è questo cammino di scoperta dell'Assoluto che c'è in noi!"

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