lunedì 29 novembre 2010

Il vescovo ricorda la lotta di Sturzo contro la mafia...

Porgo un rispettoso saluto a tutte le autorità presenti e a tutti gli intervenuti a questa cerimonia del Conferimento del Premio Sturzo al dott. Pietro Grasso, al quale desidero esprimere i sensi della mia profonda stima per aver fatto della promozione della cultura della legalità come forza dei deboli e della lotta alla mafia come contributo ad uno sviluppo ordinato della nostra società il suo compito di ogni giorno.
Questo compito in tempi diversi e con funzioni diverse si prefisse don Luigi Sturzo che fin dall’inizio della sua attività sacerdotale si impegnò a diffondere una cultura della legalità, della partecipazione democratica e della solidarietà verso gli esclusi dell’Italia dell’arretratezza presenti soprattutto nel Mezzogiorno, per il quale si ipotizzò e cercò di realizzare un secondo Risorgimento.

L’impegno di don Luigi Sturzo per contrastare il fenomeno mafioso inizia prima del suo impegno amministrativo di consigliere comunale , di consigliere provinciale e di pro-sindaco come un impegno educativo attraverso la stampa e il teatro popolare.

L’impostazione critica di Sturzo contro la presenza della criminalità mafiosa e delle sue connivenze con i mondi dell’economia, dell’amministrazione e della politica emerge, in un articolo pubblicato il 21 gennaio 1900 sul periodico da lui diretto “La Croce di Costantino” intitolato “Mafia”, in occasione del caso Notarbartolo. Scrive:” chi ha seguito con attenzione il processo, vedrà come quest’ultimo è un effetto della mafia, che stringe nei suoi tentacoli giustizia, polizia, amministrazione, politica; di quella mafia che oggi serve per domani essere servita, protegge per essere protetta, ha i piedi in Sicilia ma afferra anche a Roma, penetra nei gabinetti ministeriali, nei corridoi di Montecitorio, viola segreti, sottrae documenti, costringe uomini, creduti fior d’onestà, ad atti disonoranti e violenti Oramai il dubbio, la diffidenza, la tristezza, l’abbandono invade l’animo dei buoni, e si conclude per disperare. Finchè vi era una magistratura da potervisi fidare, incorrotta, cosciente dei propri doveri, superiore a qualsiasi influenza politica, potevasi sperare,poco sì ma qualche cosa di buono. Ora nessuna speranza brilla nel cuore degli italiani”. E aggiunge:” gli alti papaveri commettono all’ombra concussioni, furti omicidi; e quando si è arrivati con l’acqua al collo, si tenta il salvataggio. I giornali son pieni di fatterelli e fattacci della mafia siciliana e specialmente dell’on. Palizzolo; son lunghe narrazioni di imbrogli e sopraffazioni durati da un trentennio e più; con l’appoggio di tutti i governi e i ministeri. E’ la rivelazione spaventevole dell’inquinamento morale dell’Italia, sono le piaghe cancrenose della nostra patria, la immoralità trionfante nel governo”.

E’ sintomatico l’accenno alla immoralità che prelude alla principale battaglia che Sturzo si propose :la moralizzazione della vita pubblica.

A proposito di questo testo Gabriele De Rosa parla di “lucidità e di “preveggenza” nel descrivere il complesso mondo della mafia.

Quest’analisi lucida e spietata della mafia egli la porta in scena un mese dopo il 23 febbraio 1900 con un dramma in cinque atti rappresentato nel Teatro Silvio Pellico di Caltagirone intitolato “La mafia” nel quale , senza mezzi termini, si fa riferimento al processo Notarbartolo, è continuato fino alla morte dello statista.

Da questo dramma si possono ricavare alcune manifestazioni del fenomeno mafioso il cui scopo è il lucro e il cui mezzo principale è il ricatto. In esso si inserisce il potere politico che chiedendo alla mafia dei servizi li ricompensa attraverso favori e atti illeciti. La regola indispensabile per questo complesso intreccio di interessi è l’omertà che lega inevitabilmente i vari livelli di potere istituzionale, politico,economico, tra cui la mafia finisce per assumere un ruolo di mediazione e di controllo complessivo della situazione. Tutto questo non lascia spazio di recupero morale e di ribellione alla logica mafiosa tranne in qualche eroe solitario come nel dramma citato il cav. Ambrosetti che muore assassinato.

Nel dramma c’è la denunzia di Sturzo che aveva lo scopo di educare il popolo per formane la coscienza ad una cultura della legalità e della moralità, che risultavano assenti o sopite.

Su questo dramma Leonardo Sciascia scrive che a Sturzo “bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino.”

Quando Sturzo divenne amministratore locale il tema da letterario divenne esistenziale per gli scontri che egli ebbe con la mafia presente anche nel catanese attraverso i gabellotti, i caprai , i campieri e i politici che usavano metodi violenti per condizionare il voto dei cittadini come nel nisseno l’on. Pasqualino Vassallo. Basta leggere i carteggi che egli scambiava con i consiglieri cattolici dei vari comuni.

In occasione delle elezioni politiche del 6 aprile 1924 egli parlò di “una pagina scandalosa… per l’illegalismo più sfacciata, per la truffa elettorale, per il trucco elevato a sistema, per la delinquenza fatta signora a padrona della Sicilia”. E d esemplificva:” La mafia di Partinico e di Carini, ieri al servizio di un Orlando democratico, oggi è al servizio di un Orlando fascista… L’on. Carnazza, quando da liberale moderato combatteva De Felice, provò cosa volesse dire quella coalizioni di bassi fondi del caprarismo della sua provincia, detta la squadra del baltico. Oggi , elevato al rango di vice re fascista della Sicilia sa usare… delle squadre del baltico e delal mafia organizzata con maggiore raffinatezza di quanta non ne ebbe il suo volgare ex competiorre”(Per il Rinascimento del Mezzogiorno, 16 aprile 1924).

A proposito dell’operazione antimafia del prefetto Mori scrisse che egli “epurò la mafia nel modo più fascistamente pubblicitario…Tutto il mondo seppe che quel che né i Borboni di Napoli, né i governi liberali di Roma avevano saputo fare in un secolo, Mussolini fece in un anno o pocomeno… Mussolini si accorse che i mafiosi siciliani facevano del vento di fronda al sopraggiungere di una mafia in grande quale il fascismo. Molti furono fascistizzati, gli altri mandati in galera”.(Rennel of Rood e la Sicilia, in “Il Mondo, novembre 1943).

Questo Sturzo lo scrive dall’esilio americano nel novembre 1943 in un articolo in cui criticava alcuni comandanti anglo-americani che favorivano in Sicilia il peggio della classe dirigente fatta di latifondisti ed agrari con simpatie separatiste e intessevano relazioni pericolose con l’alta mafia.

Don Luigi Sturzo su uno dei pochi politici che denunciarono senza timori l’esistenza di una mafia criminale e non come innocuo costume isolano e nelle vesti di sociologo che comprese le cause più profonde del fenomeno e le sue tendenze all’urbanizzazione.

Scrisse nel 1949 parlando della mafia: «È di moda, lo scrive la stampa comunista e lo ripete quella indipendente, dire che la mafia in Sicilia sia fenomeno di povertà e di condizioni economiche arretrate. A farlo apposta la mafia fiorisce nella Conca d'oro, tra Palermo-Villagrazia-Monreale e si estende in zone prospere quali quelle di Carini e di Partinico. Infatti, cosa andrebbero a fare i mafiosi se non potessero estendere il loro potere e i loro intrighi nella distribuzione delle acque irrigue, nella vendita dei giardini, negli affari di armenti e di greggi, nei mercati dì carne, nei traffici dei porti, negli appalti di grosse opere pubbliche e private, nelle anticamere delle prefetture e dei municipi? Forse, costoro, non hanno mai visto mafiosi siciliani a Roma, e andare e venire dai ministeri?" .

Don Luigi Sturzo , alla fine degli anni ’50 osservava che il fenomeno mafioso “ si è trasferito dalle campagne alle città, dalle case dei latifondi a quelle degli uomini politici, dai mercatini locali a gli enti pararegionali e parastatali”.

Basti pensare alle sue preoccupazioni sull’operazione Milazzo: “povera Sicilia mia, povera Italia: ora la mafia diventerà più crudele, e dalla Sicilia risalirà l’intera penisola per risalire forse oltre le Alpi” (pag. 265).

Luigi Sturzo condusse la sua battaglia per la moralizzazione della vita pubblica della quale faceva parte la denunzia della cultura mafiosa nelle vesti del sacerdote, del sociologo e del leader politico, per diffondere e praticare i principi cristiani in seno alla società.

Sturzo sostiene che per combattere le varie mafie si tratta di comprendere come non innanzitutto e solo come problema di sottosviluppo economico , ma come un problema culturale, morale e religioso. La mafia potrà essere sconfitta attraverso un profondo cambiamento di mentalità che porti a non idolatrare il denaro e la violenza e a ritrovare il nesso indispensabile che deve legare morale e politica.

Uno degli insegnamenti di Sturzo, valido ed attuale oggi in un momento di caduta di valori etici comunemente condivisi, è che la soluzione della questione meridionale, come questione nazionale, è innanzitutto una soluzione etica, che si serve dell'economia e della politica come importanti e necessari strumenti, ma che trova il suo fulcro in una collaborazione tra Stato ed energie umane, economiche e sociali dei meridionali, cementate da una comune tensione morale e religiosa basata su un’antropologia sociale ispirata ai valori cristiani e ai principi della sussidiarietà, della solidarietà e del bene comune propugnati dalla dottrina sociale della Chiesa.

Chi sono

Qualcuno, di cui non ho molta stima, mi chiama "Architetto di Dio". La cosa, però, mi piace. Dicono che sono un architetto eclettico ed un pò anomalo. Il mio lavoro è a metà tra i restauri ed il turismo. Sono cooperatore salesiano e amo Don Bosco. Sono sposato con Cinzia che amo. Abbiamo tre figli, Gabriele Samuele e Gaia. Se vuoi scrivermi ecco la mail architettodidio@gmail.com


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"Il senso di inquietudine mi insegue sempre e quando mi pare di aver colto una certezza ricado nell'assoluto smarrimento. Mi chiedo: sono al posto giusto, al momento giusto? Boh! che casino è la VITA e quanto doloroso è questo cammino di scoperta dell'Assoluto che c'è in noi!"

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